San Salvatore de' Birecto

L’edificio, una piccola chiesa al centro di Atrani che oggi appare in una veste ottocentesca, è in realtà costituito da un vero e proprio palinsesto, dove si sovrappongono interventi di epoche differenti. Sondaggi e ritrovamenti eseguiti in passato avevano consentito di ipotizzare una diversa condizione originaria dell’edificio.

l lavori di restauro, hanno consentito di operare una approfondita rilettura di alcune parti dell'edificio, e hanno contribuito all’interpretazione della configurazione e del ruolo del monumento nel contesto urbano di Atrani.

Lo sviluppo urbanistico della piccola città, con il suo tessuto di straordinaria densità e compattezza, ha fatto si che le fabbriche, particolarmente quelle “di rappresentanza”, fossero soggette nel tempo ad un processo di trasformazione assolutamente peculiare. Lo spazio limitato, reso angusto da una bizzarra orografia, che stabilisce già nell'alto medioevo i limiti dello sviluppo possibile, e la difficoltà di approvvigionare certi materiali, che di fatto potevano giungere solo via mare, hanno finito per imporre forti condizionamenti al processo evolutivo che sempre caratterizza la storia degli edifici pubblici, nel senso di una forte permanenza, all’interno delle strutture murarie, degli elementi costitutivi dello "stato” precedente alla trasformazione.

La chiesa di San Salvatore de Birecto prospetta sulla piazza di Atrani. Stretta tra i palazzi circostanti ed in posizione fortemente sopraelevata rispetto al piano stradale, è situata in parte al di sopra di un voltone sotto cui passa la strada, realizzata solo agli inizi del secolo scorso per coprire il corso del fiume sottostante. Al piano della chiesa si accede tramite una scala rettilinea, parallela all’asse del fiume ed oggi addossata al fianco di un edificio, che conduce al sagrato, uno spiazzo di ridotte dimensioni ricavato sul voltone, un tempo al disopra del fiume, su cui prospetta l’ingresso.

La piccola facciata può dirsi suddivisa in due registri sovrapposti: quello superiore, di gusto neoclassico, è scandito da due coppie di lesene con' capitelli ionici incornicianti un orologio, sormontate a loro volta da un campaniletto a vela, con volute e timpano; l’inferiore si caratterizza invece per la presenza di due grandi archi, fortemente aggettanti sul piano della parete, diseguali per ampiezza e contenenti uno l’ingresso e l’altro un finestrone, successivamente occluso dalla superfetazione di un piccolo ambiente di servizio alla sagrestia.

L’ingresso principale, incassato nell'arco, è incorniciato dal piccolo portale realizzato nel XVIII secolo, composto da elementi marmorei di epoche varie: due pilastrini di iconostasi, riferibili al XII secolo, portano dei capitelli quattrocenteschi, che a loro volta sorreggono un timpano curvo spezzato, coevo alla realizzazione dell’opera e contenente l’epigrafe marmorea del 1772, che ricorda l’antico ruolo della chiesa: “quid mireris habes index qui hic indicat horas sistere huius templi te jubet ante fores basilicae facies delubri ornamenta vetusti o quam insigne loci gommone esse decus amalphis quondam heroum respublica nutrix imperii, hic ducibus tradere suevit onus. hinc cautum aevo Iabente ut gens postare sciret hoc atranenses jus habuisse viros urbis in haec cuiusque est atria concio habenda quae amalphis circum nomen et amen habet cum genera/is opus congressus urget et una praetores coevunt concilioque vacant. haec igitur caeianda aevo statuere futuro qui modo sunt patriae numine dante patres. anno a puerperio MDCCLXXH.”

Nel portale trovavano posto le famose porte bronzee, fatte fondere a Costantinopoli, nel 1087, da Pantaleone Viarecta. Questi, membro di una nobile famiglia locale, le donò alla chiesa di San Sebastiano de Mangano e, in epoca imprecisata, furono trasferite alla chiesa di S. Salvatore. Al tempo della redazione della sua Istoria Francesco Pansa le descrive nell'antica collocazione «...con tutto ciò vedesi una bellissima porta di bronzo, e grande con varie figure di Santi intagliati, che i Comiti Ursi tener solevano nella loro Chiesa di S. Sebastiano...».

L’ingresso, che quasi certamente non è quello originario, immette in vasto vano allungato, ricavato esattamente al disopra del voltone sul fiume e allineato con questo, che costituisce una sorta di endonartece, coperto da tre volte a crociera e trasversale all’asse delle tre navate che costituiscono lo spazio proprio alla chiesa.

All’inizio dei restauri questo ambiente si presentava in una facies tardo settecentesca, con un fregio a doppia cornice che girava tutt’intorno all'imposta delle volte a crociera, articolato simmetricamente, sui lati lunghi, nel modello della “serliana", composto quindi di tre arcate a tutto sesto incorniciate da lesene. Le arcate centrali, più alte delle altre, immettevano da un lato nella navata centrale della chiesa e dall’altro in una specie di controabside al cui interno era stato adattato un organo con piccola cantoria. Gli arconi più piccoli davano accesso alle navate laterali, mentre sull’altro fronte, a sinistra dell’ingresso, contenevano l’uno il fonte battesimale e l’altro l’ingresso ad una piccola cappella.

Lungo la navata sinistra si apre un piccolo vano di servizio, in cui si riconosce l’avanzo di una volta a crociera, e in corrispondenza in prossimità del secondo ingresso della chiesa, a lato dell’abside, emerge, inserita nella lesena barocca, una piccola colonna con capitello riferibile al XIV secolo.

Dalla navata destra si accede alla sagrestia: una semplice aula rettangolare, che all’inizio dei restauri si presentava coperta da una controsoffittatura lignea ornata da decorazioni di scarso rilievo; questo vano, ortogonale all‘asse delle navate, era illuminato da una finestra prospettante sul sagrato posto alla sommità della scalinata di cui si è detto innanzi. Il lavoro di indagine, preliminare ai restauri, si è concentrato inizialmente sul vano della sagrestia in quanto era già stato possibile osservare, attraverso una piccola scala in muratura che conduceva alle coperture, che questo risultava ricavato all’interno di uno spazio più ampio e coperto da due volte a crociera con costoloni in stucco, poi controsoffittato e rimpicciolite in lunghezza per la necessità di realizzare la detta scala.

La rimozione del controsoffitto ha consentito di recuperare in altezza lo spazio originario, e di dare inizio alla liberazione degli archi a sesto acuto ancora presenti nelle murature, la cui ghiera tuttora recante tracce dell’originaria cromia è potuta emergere dalla demolizione degli strati di intonaco sovrapposti nel tempo.

Di più, a seguito di saggi stratigrafici eseguiti sulla parete, è stato possibile individuare, ancora in posto, la colonna ed il capitello costituente l’appoggio centrale dei due archi a sesto acuto che originariamente prospettavano sul sagrato, così da formare un piccolo loggiato aperto, antistante l’ingresso della chiesa. Circa il significato di questa loggia, posta alla sommità della scalinata, è certo che, anche a prescindere dall’aspetto interpretativo delle ragioni storiche e funzionali di questo ambiente nell’ambito dell’organizzazione complessiva della fabbrica, la sua scoperta basta a ribaltare la percezione della chiesa, e del rapporto che essa doveva in passato stabilire con lo Spazio della città. La natura composita della facciata attuale, con il campaniletto neoclassico a vela sovrapposto agli arconi, e Io stesso portale d’ingresso composto di elementi lapidei di epoche diverse, dimostrano infatti, con tutta evidenza, un "pastiche" sette/ottocentesco, realizzato per conferire un certo senso di aulicità ai due archi e al barbacane centrale, che in qualche momento della lunga vita della fabbrica dovevano essere stati realizzati al solo scopo di mantenere, come è del resto usuale in Costiera, la spinta orizzontale delle volte retrostanti.

Ben altra evidenza doveva avere la loggia costituita dai due archi a sesto acuto, caratterizzati dall’alto peduccio impostato sul capitello di spoglio, appoggiato sulla tozza colonna di granito. Questo ambiente semiaperto, databile all’ultimo scorcio del XIII secolo, delle alte volte a crociere decorate a colori vivaci, si integrava anche funzionalmente allo spazio del sagrato, realizzando u luogo di mediazione tra l’esterno e l’interno della chiesa, a cui si accedeva lateralmente, più o meno al centro della navata di destra.

Il costolone e il peduccio si intrecciano nel disegno, di rimembranze islamica, di una parete traforata da archi trilobati sostenuti da esili colonne binate in marmo - il cui sviluppo risulta essere quasi sovrapponibile alle soluzioni decorative del patio moresco di Villa Rufolo di Ravello (seconda metà del secolo XIII).

Dell’intero partito decorativo oggi sopravvivono parzialmente gli intrecci superiori degli archi e solo una coppia di coIonnine binate; nella parte superiore la decorazione è completata da tre grandi oculi, lievemente strombati (ne rimangono‘solo due), i corrispondenza dei tre archi ogivali, e dalle suddette nervature delle volte, che vanno ad innestarsi nell’incrocio degli archi in corrispondenza delle colonne.

I resti di tale motivo a traforo, determinato dall’intreccio di archi trilobi fogliati, si svolgono lungo l'intera parete ovest dell’endonartece - purtroppo interrotta nella parte mediana da antiche demolizioni - lasciando dunque intuire ’originaria presenza di un loggiato, che doveva prospettare sull’esterno, costituito da una serie continua di colonnine binate, con capitelli a crochet, poggianti su di un parapetto. Attualmente non è possibile conoscere la configurazione della facciata esterna del loggiato, che certamente prospettava su di un atrio, dal momento che ad essa si addossa un muro di contrafforte, costruito in passato per contrastarne il ribaltamento. Tutto questo è stato ritrovato intatto sotto lo spesso strato di intonaco parietale che era stato a più riprese steso sulle pareti. Si comprendeva cosi che attraverso la realizzazione del cornicione, ed il ringrosso delle pareti si era operata in passato una trasformazione dei caratteri stilistici e dimensionali di quello spazio, agendo sulle proporzioni dei suoi elementi costitutivi, cosi da conferire all‘ambiente originario un aspetto classicheggiante. Lo spazio, caratterizzato in origine dalle alte volte a crociera, nascenti da peducci impostati ad una quota pari circa alla metà dell’altezza totale del vano e perciò tali da conferirgli uno slancio verso l’alto, di sapore tutto gotico, era stato trasformato dal pesante partito decorativo delle pareti, conchiuso in alto, oltre i tre quarti dell’altezza complessiva, da un cornicione che faceva da imposta alle volte, il cui sesto appariva dunque quasi ribassato.

Nel caso di Atrani, sul prospetto interno, è invece il chiaroscuro dei raffinati stucchi bianchi a sottolineare l’elegante gioco delle linee. il risultato non ha confronti con le preesistenze amalfitane e ravellesi: qui gli influssi arabi si sposano senza alcuna timidezza con il gusto gotico di importazione oltremontana.